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lunedì 14 dicembre 2009

patience&fortitude: due leoni a difesa dei libri

Nasce con un ruggito la realtà più graffiante del panorama letterario “alternativo”, un’idea, il presupposto per un progetto ambizioso, che promette di dare voce a tanti amanti delle parole, troppo spesso illusi e disillusi dalle logiche di mercato che hanno contaminato anche ciò che sembrava immune. Due leoni, patience e fortitude, gli stessi che fanno la guardia ai libri della New York Public Library, due cuori impavidi che ora aprono la loro tana agli spiriti affini, e non per leccarsi insieme le ferite, e neppure per sbranare i portatori del male oscuro che affligge l’editoria italiana, la tana si apre per accogliere le differenze, per crescere insieme, per apprendere nuovi linguaggi e utilizzare i vecchi per scrivere storie nuove. Una tana per le idee, una tana per i libri.

Per i leoni ho pubblicato una nuova edizione della mia raccolta più "horror", Zanne di lupo ali di pipistrello, finalmente disponbilie in tutta italia grazie agli amici di patiencea&fortitude!
la tana è sempre aperta a QUESTO INDIRIZZO...

lunedì 12 maggio 2008

L’indistruttibile tarlo dell’editoria a pagamento

Non sto teorizzando l’etica del “mal comune mezzo gaudio”, se è a questo che state pensando: io non so che farmene del “mal comune”, perché a stare male sono bravissimo da solo, e anche il “mezzo gaudio” mi lascia indifferente, perché, se proprio dovessi scegliere, preferirei un gaudio tutto intero (sono tremendamente geloso dei miei momenti di gioia). Quello che voglio dire è che finché il disagio degli “aspiranti” sarà argomento per pochi, roba da circolo privato, finché le mille voci discordanti rimarranno un brusio stonato piuttosto che un coro dissonante eppure armonico, finché l’insoddisfazione dell’uno non incontrerà quella dei molti, non ci sarà posto per una rinascita culturale che parta finalmente dal basso, e gli scaffali delle librerie resteranno appannaggio esclusivo di un cabarettista, un calciatore e un prete spretato.
Serve una levata di scudi, una presa di coscienza (e di posizione) contro il “malgoverno delle arti” che imperversa ovunque, non il sommesso e inconcludente piangersi addosso a cui ci siamo dedicati finora (chi più, chi meno, ma con gli stessi esiti imbarazzanti) ma una battaglia da condividere sul campo di una letteratura ancora tutta da scrivere. Si deve fare gruppo, mantenere un’integrità morale anche dinanzi alle lusinghe dei “coltivatori di perle”, che verranno a offrirci esche all’apparenza invoglianti e appetitose. Sono ami. Tagliole.
La pubblicazione a tutti i costi è un fantasma che è bene scacciare, perché, come sanno bene i sub che rischiano la vita per inseguire una preda troppo in profondità, ci porta in acque pericolose e ci espone a rischi inutili e che sarebbe meglio evitare. La pubblicazione con richiesta di contributo, tanto per fare un esempio.
Come abbiamo visto, la pratica di richiedere un obolo agli autori emergenti è diventata assai comune presso gli editori nostrani (non che all’estero le cose vadano troppo meglio a dire il vero), anzi, in parecchi casi è l’unica fonte di sostentamento per società altrimenti destinate a un fallimento sicuro. In pratica, delle sessantamila case editrici da cui siamo partiti poche, pochissime, potrebbero restare in attività senza il sostegno degli stessi scrittori che, anno dopo anno, rimpolpano i loro cataloghi (e i loro conti in banca).
Quella dell’editoria a pagamento è una realtà “scivolosa”, perché tende a confondersi (e a confondere), ma soprattutto perché non è immediatamente decifrabile. C’è chi pensa che a chiedere soldi in cambio della possibilità di pubblicare siano solo gli editori minori, come se la voglia di arricchirsi, la “fame”, sia appannaggio solo dei pesci piccoli, in verità la prassi di spennare gli incauti autori alle prime armi è assolutamente trasversale, e accomuna tutti, i grandi e i piccoli, i “corrotti” e gli insospettabili. In ogni caso si tratta di una prassi sbagliata, probabilmente una delle concause dell’attuale degenerazione del quadro editoriale complessivo, un tarlo feroce e all’apparenza indistruttibile. E pensare che basterebbe iniziare a rispondere “no”.

“No” quando ti dicono che sei bravo ma che devi pagare qualcosa per diventare bravissimo.

“No” quando ti dicono che non sei famoso ma che se paghi sarai sulle prime pagine dei giornali.

“No” quando ti dicono che il tuo libro è talmente bello che richiede un investimento in più per promuoverlo al meglio.

“No” quando danno un prezzo alle tue ambizioni, fossero pure infondate.

“No” punto e basta.

mercoledì 30 aprile 2008

La via della penna e della spada

Quella che definisco la “democratizzazione dei mezzi” se da un lato ha offerto a chiunque l’opportunità di esprimersi, dall’altro ha sovraffollato un campo d’azione nel quale prima ci si chiamava per nome. Nella moderna babele in cui ci muoviamo abbiamo rinunciato all’identità e alla riconoscibilità in nome dell’omologazione, ci siamo lasciati plagiare dal “comune senso del pudore”, ma anche da tutto ciò che di “comune” riusciamo a captare nell’aria. Il clichè, il deja-vu quando va bene, è il solo ingrediente che può garantire se non il successo quantomeno la visibilità, e questo indipendentemente dal settore in cui operiamo. Libri tutti uguali, film tutti uguali, programmi tutti uguali, tutto tutto uguale. Sarà un problema di mancanza di idee, di mancanza di coraggio, o di una simultanea carenza di entrambe le cose, sta di fatto che il panorama culturale con cui dobbiamo confrontarci è desolante quanto una finestra spalancata sul Kalahari. E nonostante tutto questo sembra ancora il migliore dei mondi possibili.
Percorsi alternativi sono ancora praticabili, ammesso che non vi spaventi la possibilità di una passeggiata in solitaria, ma come nei trekking anche per l’editoria (e per l’arte in generale) vale una sola regola fondamentale: chi abbandona il sentiero battuto rischia di perdersi nei boschi.
L’imitazione allora, la citazione per i più colti, il remake per gli esterofili, può aiutare chi scrive a incontrare le simpatie (e i piani economici) di un editore lungimirante, ma per gli altri, per i duri e puri della “penna e della spada” per dirla alla Mishima, la strada sarà impervia e inevitabilmente in salita. Per loro, per noi, per voi, ho solo pillole amare da dispensare, pillole che non curano (siamo malati incurabili, non ricordate?) ma che possono lasciare in bocca un sapore di verità, e un retrogusto agrodolce che sa un po’ di speranza.
Non ci sono ricette miracolose, non ci sono parole magiche da recitare per arrivare dove non siamo ancora riusciti ad arrivare, dove forse non arriveremo mai, ma talvolta fare chiarezza può servire a ridimensionare il rancore e la rabbia (non la gastrite purtroppo), oltre che le pretese dei millantatori e dei finti eroi, e sebbene per ogni libro stampato ce ne saranno sempre troppi che resteranno rinchiusi nei cassetti, o nel cestino della spazzatura degli editori, la consapevolezza di un malessere condiviso può aiutarci a non smettere di fare ciò che ci piace. Scrivere.

martedì 15 aprile 2008

I quindici minuti di Andy Warhol sono finiti

Un paio di vite fa, c’era chi scriveva per il piacere di scrivere, gente del calibro di Henry Miller, che si struggeva per dieci anni sulle carte ingiallite del suo Tropico del cancro (e tra le braccia della bella Anaïs) senza che all’inizio avesse neanche intenzione di pubblicarlo. Non dico che la via dello scrittore asceta sia quella auspicabile, con i ritmi che tutti conosciamo sarebbe anacronistica e impraticabile, però andrebbe quantomeno recuperato il senso dello scrivere, la ragione ultima che ci spinge a coniugare le nostre idee con le parole del vocabolario. Questa ragione non può risiedere esclusivamente nella rincorsa a questo o a quell’editore, come se lasciare la nostra firma su una copertina fosse uno strano modo di marcare il territorio, e neanche nella reinterpretazione in chiave postmoderna del mito di Narciso. L’autocompiacimento e l’egotismo, che a dire il vero sono componenti connaturati in quasi ogni esemplare di “homo litteratus”, rischiano di annichilire il gesto “eroico” dell’inventore di storie, di mercificare e sminuire il romanticismo che pure risiede nell’inchiostro, quando questo è stemperato con il sangue e i sogni di chi scrive.
“Uno su mille ce la fa” diceva Morandi in una canzone, forse peccando addirittura di ottimismo, ma a distanza di anni sembra che in pochi abbiano compreso il significato di quel ritornello, un significato scomodo per chi, oggi, preferisce le parole di quel comico mio conterraneo che recita pressappoco così: “Se ce l’ho fatta io ce la puoi farcela anche tu”. Grammatica a parte il senso è piuttosto chiaro, e paventa momenti di gloria per tutti, forse anche al di là dei miseri quindici minuti previsti da Andy Warhol. La realtà, quella che dovremmo imparare a cercare lontano dai dischi e dai cabaret, ha solo “posti numerati”, solo pochi posti numerati, e tante volte bisognerà accontentarci di assistere da lontano. Non è vero che tutti possono farcela, non è vero che prima o poi ognuno di noi finirà sotto i riflettori, e non è vero neanche quello che profetizzava l’eclettico artista di Pittsburgh: il tempo che ci spetta per essere famosi oggi tende inevitabilmente allo zero.

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mercoledì 2 aprile 2008

Illusione di immortalità del giovane autore incompreso

Quindi, alla fine dei conti, la ragione per la quale perseverare nell’insana passione dello scrivere non solo è possibile ma è addirittura inevitabile risiede nel fatto che, a costo di sembrare retorico, chiunque prenda in mano una penna per raccontare una storia è convinto di essere un potenziale autore di bestseller. In fondo lo sapete anche voi, lo sappiamo tutti, siamo bravi, siamo i migliori, incompresi forse, ma sicuramente i migliori, anche se gli editori continuano a ignorare i nostri manoscritti e le lettere di rifiuto si susseguono senza soluzione di continuità. Spero che la nota sarcastica nelle mie parole sia sufficientemente evidente, ma se non lo fosse mi permetto di aggiungere che in Italia la percentuale di geni incompresi è inversamente proporzionale al tasso di natalità. Probabilmente preferiamo scrivere libri piuttosto che fare figli.

L’illusione di immortalità, la stessa che anestetizza le paure di un pilota di formula uno, nutre e accresce l’ego del giovane autore incompreso, che anziché rassegnarsi alla possibilità di non essere il nuovo Grisham (tanto per citare uno dei nomi che tirano di più), finisce il più delle volte per trasformare l’incomprensione in rabbia, e la rabbia in rancore, lasciandosi consumare dal nervosismo e da una gastrite fulminante.

Siamo bravi, i migliori, ma siamo ancora più bravi a farci del male, e solo perché non abbandoneremo mai la convinzione che è proprio la nostra voce a mancare nel panorama letterario nazionale. Se venisse meno questa convinzione (quasi sempre sbagliata, se non altro per motivi di probabilità e di casistica) ci sarebbero forse meno aspiranti autori, e più autori “aspirati”, e certamente ci sarebbero meno persone afflitte da gastrite. Il fatto è che l’illusione di immortalità per uno scrittore è il più delle volte un male incurabile, qualcosa di molto peggio di una gastrite, un morbo che ci infetta e ci indebolisce, e che ci rende facile preda delle tagliole, dei trabocchetti, e di tutte quelle cose cattive che ho già descritto.
Se per questo male ci fosse una cura, state pur certi che il numero degli editori in Italia subirebbe un drastico calo, scenderebbe a un quinto, forse addirittura a un decimo rispetto alla cifra attuale, le acque da torbide diverrebbero un po’ più trasparenti, e in giro vedremmo sempre meno squali. E invece siamo tutti malati inguaribili, portatori sani di una piaga che non fa che alimentare, se non i nostri sogni di gloria, quantomeno i portafogli dei tanti editori-proprietari terrieri.

mercoledì 26 marzo 2008

Consulenti editoriali: dalla caccia ai talenti alle perle coltivate

Man mano che si abbandona la superficie degli eletti, dove gli eletti sono quelli che si guadagnano un posto al sole in libreria, e si scende negli abissi profondi dell’editoria “marginale”, ci si ritrova accerchiati dalla multiforme ed eterogenea popolazione degli autori di profondità, quelli che qualcuno ancora definisce emergenti, ma che, visti i presupposti, sarebbe più opportuno definire “sommergenti”. Là sotto, lontano dai riflettori, dalle belle vetrine e dalle recensioni sui giornali che contano, si fa fatica anche solo per non annegare, e se ogni tanto capita che qualcuno, magari sbracciando per sfuggire agli squali che popolano quelle acque, riesca a fatica ad arrivare in superficie, la regola è che chi capita sul fondo sul fondo resta.
Una volta le cose funzionavano in un altro modo, una volta c’era chi, pur restando al sicuro sulla riva, si divertiva a pescare anche in quelle acque profonde, erano i “cacciatori di talenti”, i consulenti editoriali per usare un termine meno poetico ma sicuramente più attuale, quelli che sapevano distinguere una perla anche nel fango. Talvolta a sporcarsi le mani era lo stesso editore, ma vi parlo di tempi in cui il termine era sinonimo di divinità, e poteva accadere che un autore (ma allora anche questo termine aveva una valenza differente) arrivasse alla pubblicazione senza arrischiarsi in pericolose apnee.
Oggi è diverso, oggi nell’acqua nuotano tanti pesci, e i cacciatori di una volta hanno deposto le armi e hanno rinunciato alla caccia. Il fango è troppo e troppo denso, e l’operazione di cavarne perle, ammesse che ce ne siano ancora, non ha più senso per chi è costretto a badare ai profitti e ai bilanci. Se le acque dell’editoria si sono fatte così torbide e affollate, tanto vale fabbricarsele da soli le perle: i cacciatori sono diventati coltivatori, e gli editori proprietari terrieri che di anno in anno curano i loro raccolti e seminano frutti sempre meno saporiti.

«Ma come ha fatto quel tizio a vendere tutti quei libri?» Facile: è una perla coltivata.
«E quell’altro? Faceva il calciatore…» Ancora un’altra perla coltivata.
«Possibile che il libro più venduto sia questo qui?» Idem, come sopra.

Ma se le perle coltivate stanno soppiantando quelle naturali, ha ancora senso difendere (e diffondere) la letteratura di confine, quella marginale, di “contorno”? La risposta è sì, ovviamente, perché altrimenti non avrebbe senso quello che sto scrivendo, non avrebbe senso quello che state leggendo (e quello che vorreste leggere e che magari non troverete neppure tra queste righe), e non avrebbe senso nulla di quello che scriviamo. Perché scriviamo, scriviamo in tanti, scriviamo tutti, e tutti, indistintamente, coviamo dentro di noi la segreta speranza (spesso neppure tanto segreta) che qualcuno riconosca in noi una perla di valore… o quantomeno una di quelle pietruzze minuscole che i coltivatori piazzano nelle ostriche per tirarci fuori delle perle. Perle coltivate s’intende.


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martedì 18 marzo 2008

La favola di Cenerentola e della strega che avvelena gli scrittori emergenti

Signori e signore, se volete pubblicare bisogna che tendiate bene le orecchie, perché il mondo là fuori, quello dei libri e delle pagine inchiostrate, è pieno di trappole, di trabocchetti, di tagliole affilate pronte a scattare non appena poserete un piede sul terreno apparentemente sicuro dell’editoria. Quelle tagliole talvolta hanno l’aspetto di un contratto di edizione, magari ci sarà pure il vostro nomeecognome stampigliato sopra, tanto per rendere il tutto più attraente (avete presente un amo con l’esca?), e vi assicuro che non è sempre facile sfilare il piedino da quelle ganasce d’acciaio, non è facile soprattutto per che spesso faranno in modo che la vostra tagliola vi calzi comoda come la scarpetta di Cenerentola. E nessuno di noi resta indifferente davanti al miraggio di un lieto fine fiabesco: l’eco del “e vissero felici e contenti” ci rende vulnerabili a questo tipo di tentazioni. Con noi malati di parole la strega della fiaba non fatica a dispensare le sue mele avvelenate, e la prospettiva di cullare un po’ il nostro ego con un bel libro ci espone a rischi che nessun principe e nessuna fata turchina è in grado di allontanare.

Il fatto è che con oltre 3500 editori sul territorio nazionale (di cui però solo una metà “attivi”), la possibilità di incappare in uno dei trabocchetti di cui sopra è davvero alta, così come è alto il rischio di farsi male camminando a zonzo su un sentiero che andrebbe battuto con attenzione. Se poi considerate che ogni anno vengono pubblicati quasi sessantamila titoli, la gran parte dei quali faticherete (ma è un eufemismo) a trovare in libreria, capirete bene come dinanzi a un’accresciuta “facilità” a pubblicare si registri, proporzionalmente, un’altrettanto accresciuta facilità a smarrire i frutti delle proprie fatiche letterarie nelle acque affollate di tutta questa carta stampata.

In teoria la crescita dell’offerta, il numero di titoli prodotti annualmente, dovrebbe garantire una maggiore possibilità di scelta per i lettori, ma in un Paese dove si legge poco (e si pubblica molto, diciamo pure troppo) il dato rischia di fotografare un quadro assai diverso, e parecchio meno edificante.

Di quei famosi sessantamila titoli pubblicati ogni anno, quanti credete abbiano venduto un numero decente di copie? Quanti sono stati distribuiti? Quanti hanno avuto un pubblico vero (e non parlo del parterre familiare che di solito accompagna anche il migliore degli autori emergenti)? La risposta la sapete tutti, l’avete davanti agli occhi ogni volta che entrate in libreria, la misurate sugli scaffali, nelle classifiche. Sono pochi, pochissimi, i libri che possono dirsi veramente tali (gli altri, nel migliore dei casi, sono bei prodotti tipografici) si contano sulle dita di una mano, forse di un paio di mani, a essere buoni. E, badate bene, non sto facendo (non ancora) un discorso relativo alla qualità delle opere pubblicate, sto parlando di dati, di cifre, di numeri. E di denaro, soprattutto di denaro. Perché, a volte uno se ne dimentica, come se i libri crescessero spontaneamente sugli alberi, il mestiere dell’editore non è poi tanto diverso da quello di chi ogni mattina deve alzare la saracinesca della propria bottega per portare a casa la pagnotta. È vero che in alcuni casi, solo in alcuni però, si riesce a portare a casa anche qualcosa di più di una pagnotta (e che magari ci si può evitare le levatacce cui sono tenuti invece i bravi bottegai), ma è anche vero che se un titolo non vende, o vende meno di quanto si era preventivato, a perderci non sarà mai l’autore (che al massimo potrebbe perdere la faccia, ma neanche tanto) ma che su quell’autore ha creduto, lavorato, investito. Dunque i libri che si vendono sono pochi, perlomeno rispetto all’iperbolico numero di quelli pubblicati, il resto, la stragrande maggioranza, costituisce un “dato anomalo”, il dato Italiano con cui dovrà confrontarsi chi ambisce al ruolo di scrittore.


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giovedì 13 marzo 2008

Print on demand, autoproduzione e self publishing: l’antica arte del fai da te

Alcune case editrici propongono contratti differenti in base alla caratura dell’autore, alla sua notorietà e, di conseguenza, alla sua vendibilità. Se ci pensate si tratta di una scelta sensata, perché il libro di Totti “sommergente” (e questo a prescindere dalla venderà certamente di più del mio, o di qualunque altro autore qualità intrinseca del testo), ed è comprensibile che Mr. Editore usi due pesi e due misure nello stipulare i contratti, a seconda che io sia il capitano della Roma o un semplice scribacchino di periferia.
È un discorso squisitamente “commerciale”. Il problema di fondo, però, è che tanti editori ritenuti “non a pagamento” in realtà richiedono contributi ai loro autori meno “vendibili”, e viceversa molti (meno) editori “a pagamento” possono accollarsi le spese di pubblicazione se, per qualche strana congiuntura astrale, il signor Totti decidesse di rivolgersi a loro piuttosto che alla Mondadori.
È per questa confusione che sempre più autori stanno optando per l’autoproduzione, perché se devo essere pubblicato da un micro editore semi sconosciuto, magari nutrendo il dubbio di aver sborsato quattrini per accontentare il mio ego autorale, tanto vale che salti a piè pari il fosso e mi autoproduca i miei libri, me li autodistribuisca, me li autovenda… dopo ovviamente averli autoscritti (cosa nient’affatto scontata). Tra gli auto-autori c’è gente che vale, talvolta si tratta di scrittori che hanno alle spalle pubblicazioni con editori “ufficiali”, talvolta no, ma mi piace pensare che dietro la loro scelta ci sia l’inizio di una “rivoluzione letteraria”, perché non di solo Moccia si vive.
Poi è vero che si può scrivere per arte-passione o per mestiere, ma nel secondo caso parliamo di operazioni dattilografiche, rispettabilissime, a patto che non vengano confuse, come purtroppo avviene, con il prodotto di una mente creativa che ha qualcosa da raccontare. La paccottiglia resti paccottiglia anche se vende un milione di copie.
Dunque, se proprio dovesse buttare male, e un semplice e-book non soddisfa il nostro ego strabordante (di copisterie manco a parlarne!), io opterei decisamente per la via del “self publishing”, a patto di essere assolutamente certi delle potenzialità di ciò che si scrive, e questo per evitare brutte figure con amici e parenti (i nostri futuri, e forse unici, lettori). Serve una buona tipografia, un po’ di soldini e delle buone gambe per andare in giro a consegnare le copie dei nostri capolavori… copie gratuite, s’intende.
Con il print on demand, che consente di stampare di un libro solo le copie ordinate, e con i servizi offerti on-line da siti come Lulu.com, l’autore che opta per il “fai da te” editoriale ha a disposizione gli stessi canali distributivi di una piccola casa editrice (si rasenta lo zero dunque), e può evitare la più costosa via della tipografia (oltre che le scarpinate per consegnare “porta a porta” i propri libri autoprodotti). Libri in vendita on-line, anche su portali settoriali quali Internetbookshop e Amazon, buone percentuali sulle vendite, anche se pare il 100% di zero faccia comunque zero. Ma in matematica non sono mai stato una cima.
La favola del passaparola che eleva al rango di bestseller il manoscritto ciclostilato di autore ignoto è, per l’appunto, una favola, dunque dimentichiamoci dei lieto fine e prepariamoci a un più probabile zigzagare nella mediocrità della scrittura artigianale. Con tutto ciò di buono che l’artigianato può comportare.
Se, invece, è il successo a cui si ambisce, quello “industriale” per intenderci, e se tutte le porte sembrano destinate e restarsene inesorabilmente chiuse, allora non vedo molte alternative alla via dello “spettacolo” e, nello specifico, a una carriera da velina per le future scrittrici e da calciatore per i futuri scrittori: con presupposti del genere qualunque cosa si scriva è destinata a scalare le classifiche editoriali e a guadagnare le prime pagine dei giornali… che, in questo caso, dovrebbero essere state già preventivamente esplorate a botte di gossip e blablabla

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giovedì 6 marzo 2008

Editori a pagamento: autori emergenti da sommergere

Se la mia posizione non fosse ancora chiara la ripeterò in modo più esplicito, tanto per essere sicuro che il messaggio sia recepito: mai pagare per essere pubblicati. Qualunque forma di “contributo” richiesto da parte di un editore per procedere alla stampa di un libercolo è un controsenso, perché in nessuna altra realtà un dipendente paga il suo datore di lavoro.

Il paradosso editoriale è proprio questo: un’ingiustificata inversione di ruoli in quello che dovrebbe essere un normale rapporto professionale. Impariamo a dare il giusto valore a ciò che scriviamo, chiediamo maggiore severità, maggiore selezione, probabilmente si pubblicherà di meno, probabilmente molti degli editori fantasma spariranno assieme agli spettri che sono stati capaci di evocare finora, ma di sicuro ci saranno libri migliori, e se tra questi non ci sarà quello che abbiamo scritto noi, pazienza, prima o poi dovremo pure farcene una ragione.
La gloria ha snobbato indiscussi geni della scrittura, dunque perché prendersela se snobba anche noi?

Il contributo economico per la pubblicazione è (quasi) sempre un modo subdolo per lucrare sulle aspirazioni (spesso ingenue, spesso infondate) degli autori esordienti. Fatte le dovute eccezioni, chi chiede soldi ai maniaci della penna è spesso mosso da motivazioni squisitamente economiche, e (quasi) mai incarna il mito del mecenate appassionato del bello.

La discriminante, ciò che distingue la truffa da una rara ma potenzialmente virtuosa cooperazione editoriale, è, ancora una volta, il filtro e la selezione: nessuno può (dovrebbe) pubblicare indistintamente e “senza filtro”, altrimenti non ci sarebbero più differenze tra editori e tipografi. E invece si vedono sempre più editori disposti a pubblicare tutti, magari offrendo pure invoglianti percentuali sui diritti d’autore, che, è bene precisarlo, il più delle volte assomigliano tanto ai miraggi nei deserti, fumo negli occhi destinato a svanire quando il termine del pagamento sarà abbastanza vicino da intravederne i contorni. Soldi come aria.

Generalmente quella degli editori a pagamento è vista come l’ultima possibilità per un autore deluso, quando non del tutto frustrato, di vedere su carta il frutto delle proprie fatiche letterarie. Il canto del cigno di uno scrittore poco obbiettivo con se stesso e con le sue capacità, o il compromesso infausto del genio incompreso e di quello nascosto, che nonostante quel che si dica ci sono, ci sono stati, ci saranno.

In effetti, se l’obiettività fosse più del miraggio impalpabile di cui accennavo, i reiterati rifiuti da parte degli editori “canonici” (meglio se puntuali e giustificati) dovrebbero bastare a scoraggiare tanti aspiranti autori dallo sperperare i propri danari in operazioni di mero autocompiacimento edonistico (conoscete tutti la fine del povero Narciso!)

E poi, se proprio dovessi spendere dei soldi, io preferirei dare in pasto i miei scritti a una delle agenzie letterarie di più provata esperienza. In quel caso, se non altro, sarei sicuro di ricevere un parere schietto e professionale (in fondo li pago proprio per questo!), e una mano per arrivare alla tanto sospirata pubblicazione (sempre che ciò che ho scritto abbia delle imprescindibili caratteristiche “oggettive”)

Personalmente ho declinato l’invito di svariate case editrici che chiedevano una “pubblicazione partecipativa”, con cifre proporzionali al “nome” e alla visibilità delle parti interessate: si andava da un minimo di quattrocento a un massimo di tremila euro (ma sappiate che se avete a disposizione una cifra a quattro zeri allora non ci saranno praticamente limiti per i vostri successi editoriali); più grosso è l’editore più grosso il malloppo da sborsare. A patto di cedere al ricatto, ovviamente.


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